Quando all’inizio dell’anno mi sono presentata a Cristina e Federico per chiedere di essere supportata nella creazione del marchio SEMI, avevo ben salda un’idea soltanto: non avrei cambiato quel nome.
Da troppo tempo mi accompagnava, appuntato tra i quaderni del passato fitti di appunti per il futuro.
Sapevo però che il percorso per costruire un’identità visiva coerente prevede la messa in discussione delle certezze e un costante confronto per arrivare al cuore del messaggio visivo da comunicare.
Il nostro è stato un bel lavoro di concerto, ci siamo concessi un tempo lungo per l’affioramento delle idee, delle criticità e per una sana rielaborazione.
Inizialmente ho proposto come soggetto del logo il seme d’avocado, per natura composto da due metà.
Ho cercato di indagarne la forma in chiave grafica attraverso sperimentazioni pittoriche ma con risultati non convincenti.
Il processo creativo ci ha condotto poi, con un balzo, ad un altro seme doppio, speculare, ma leggero e in grado di volare: quello dell’acero.
Da un cassetto della memoria, è tornato in un flash il ricordo di quel seme di acero che ancora conservo, raccolto da terra sul viale della stazione e, in quello stesso punto, la risonanza premonitrice delle parole di un uomo.
Che in tempi non sospetti mi parlò di SEMI, quando io non ne avevo ancora coscienza.
Il blu cobalto si ispira al colore del cielo di Sibà, in una foto con gatto di Peppe D’Aietti del 15 aprile. E alla luna grande di Pantelleria, il cerchio.
Grazie a Playdesign per la professionalità, l’ascolto e la sintesi espressiva.










