Sabato 20 ottobre 2018
Non fossero bastati il colore della luce, la temperatura dell’aria e la rigidità dei movimenti, quando anche l’ultima batteria dello smartphone utilizzato per la ripresa video si è arresa, ho definitivamente inteso che il nostro ritardo era notevole, forse decisivo.
Immaginavo che ormai nessuno sarebbe stato ad attenderci.
Temevo che persino le batterie dei nostri dispositivi audio si sarebbero potute spegnere prima dell’arrivo.
Per allontanare il senso di machimelafattofare e disperazione mi sono ancorata alla qualità dell’esperienza che i nostri nove corpi insieme stavano vivendo e ho provato un grande senso di leggerezza e gratitudine.

Foto di Sara Meliti

Foto di Sara Meliti

Foto di Sara Meliti

Foto di Sara Meliti

Foto di Sara Meliti
Gli ultimi due ponti da passare, il fiume Liro e di nuovo il Mera, poi l’ingresso attraverso l’Arco di Santa Maria in una Chiavenna già a cena, i negozi spenti, solo gli ultimi avventori seduti fuori ai tavolini dei bar.
Abbiamo incontrato pochi sguardi, qualcuno si è fatto il segno della croce.
Lungo la via Dolzino, quasi il deserto.

Foto di Sara Meliti
In lontananza un piccolo drappello di figure care e la svolta a destra, l’angolo è retto.
Durante la migrazione il tempo si è dilatato tanto da farci sinceramente dubitare di poter arrivare davanti a quel portone aperto.
Lì davanti i passi mi han fermata, per accogliere e contenere l’emozione che mi ha investita.
A Palazzo Pretorio erano le 19.45, abbiamo trasportato le voci dei polli per quasi cinque ore.
Dentro il nostro silenzio.

Foto di Sara Meliti
