9 Marzo 2019 silvia

VOI SIETE QUI | YOU ARE HERE • Quello che ora so

Questa mattina ho avuto la possibilità di dialogare con una persona che per anni, in passato, ha lavorato per l’azienda Valle Spluga.
Da tempo desideravo ascoltare la testimonianza a viva voce di chi ha vissuto quell’esperienza lavorativa, per capirne di più.
La mia intenzione era di raccogliere un contributo audio, da assemblare ad altri in futuro.
Ma non mi è stato concesso di registrare. Capisco perfettamente le motivazioni di questo diniego. Viviamo in una valle strettissima e gli interessi in gioco sono davvero grandi. Ora che sono a casa però, mi tormento comunque per non aver inciso su un file audio le parole che le mie orecchie hanno ascoltato, direi dirompenti e disarmanti. Quindi prima che le immagini evocate, i numeri, i messaggi del corpo inizino a svanire depositandosi nella memoria, desidero riportare nero su bianco i contenuti emersi durante lo scambio.
Tento di tradurre qui la voce di chi gentilmente ha riaperto per me quella finestra su un tempo lontano.

voi siete qui quello che ora so

Ora so che ogni notte, nei giorni lavorativi, allo stabilimento di Gordona giungono T.I.R. stipati di gabbie.
Ora so che non tutti i polli che vengono uccisi sono stati allevati in questa valle.
Ora so che in ogni gabbia di plastica gialla trovano spazio 25 polli alla volta.
Ora so che i polli non di rado arrivano già morti, soffocati nella gabbia durante il trasporto, soprattutto quando le temperature sono alte.
Ora so che quando un pollo viene consegnato senza vita non viene macellato.
Ora so che quando le gabbie vengono scaricate il volume delle voci dei polli satura il mattatoio.
Ora so che ogni giorno all’alba avviene la mattanza.
Ora so che i polli vengono appesi per le zampe a testa in giù ai ganci del nastro trasportatore.
Ora so che questa operazione richiede cura e destrezza perché le ossa sono molto fragili e rischiano di spezzarsi.
Ora so che vengono appesi 27 polli al minuto o di più, quando l’esperienza matura.
Ora so che il ritmo è dettato dalla velocità della catena di smontaggio – che a volte aumenta – e non dal ritmo dell’operaio.
Ora so che ogni volta che un pollo viene appeso l’addetto rischia di essere raggiunto da un accecante getto di merda in pieno viso, perché gli sfinteri degli animali si contraggono.
Ora so che per ridurre al minimo questo rischio per i due giorni precedenti all’abbattimento i polli vengono “spurgati”, ovvero viene negato loro il cibo.
Ora so che i polli vengono passati in una vasca d’acqua dove ricevono la scossa, poi viene reciso loro il collo con una lama circolare.
Ora so che il sangue viene lasciato colare e poi vengono tolte loro le penne, le piume e la testa se ancora non si è staccata.
Ora so che ci sono persone che di lavoro strappano le ultime piccole piume rimaste conficcate nella carne delle natiche dopo il passaggio nelle macchine spiumatrici.
Ora so che gli organi interni vengono aspirati fuori dalle carcasse.
Ora so che a mano a mano che le gabbie si svuotano, le voci diminuiscono e cala il silenzio.
Ora so che alla fine, quando nessun pollo è rimasto vivo, tutto è sporco e si deve pulire.
Ora so che c’è una polvere sottile nel piumaggio dei polli che si insinua nei polmoni di chi la respira.
Ora so che si può svolgere questo lavoro per sostenere la propria famiglia.
Ora so che in cambio di un salario il prezzo emotivo da pagare può essere molto alto.
Ora so che il rispetto, la gratitudine e il timore di uscire dal coro competono con la consapevolezza di essere stati sovraesposti ad un accumulo di sofferenza.
Ora so che descrivere le pratiche di uccisione di altri esseri può suscitare una risata.
Ora so che ridere, allontanare lo sguardo e sospendere il respiro sono modalità conservative di difesa del corpo.

Forse una momentanea via di fuga che consente la sopravvivenza.
Una prospettiva, quest’ultima, che alla maggior parte degli animali non umani viene negata.

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